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| Una Collezione
Trasversale |
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Da Duchamp a Nino Calos, da Cattelan a Entang Wiharso
A cura di Fabio Cavallucci |
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| La mostra inaugurale, che forma la base dell’esposizione permanente di ALT, si incentra su parte dell’ampia collezione di Tullio Leggeri, con opere provenienti da quella di Elena Matous Radici e dell’Accademia dei Visionari. Collezioni diverse, per entità e per carattere, di cui il curatore ha scelto lavori che potessero creare suggestioni, analogie, rimandi, più che percorsi storici. Tullio Leggeri è un collezionista atipico, capace di sortite improvvise nell’arte contemporanea, dalla fine degli anni Sessanta, quando ha cominciato pagando a rate un’opera di Manzoni, che si poteva permettere, mentre Fontana era ancora fuori dalle sue possibilità, fino al 2008, quando ha prodotto e acquisito per Manifesta 7 Ex Privato di Daniel Knorr, un lavoro del tutto immateriale, consistente nell’apertura dello spazio espositivo per 24 ore al giorno. |
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Di volta in volta realizzatore di progetti, produttore, mecenate, in primo piano ha sempre messo il rapporto con gli artisti e l’opera come frutto di una relazione, vuoi perché, in quanto abile costruttore, realizzata direttamente in collaborazione con l’artista, vuoi perché scelta con fiuto e sensibilità speciali, non guardando all’importanza dell’autore, ma alla qualità del singolo lavoro. Ecco dunque la presenza di artisti celeberrimi, come Marcel Duchamp o Maurizio Cattelan, ma anche di figure non proprio sotto i riflettori, come l’amico Nino Calos, negli anni Sessanta e Settanta tra i protagonisti delle ricerche optical e cinetiche ma oggi quasi dimenticato, o l’indonesiano Entang Wiharso, scelto anche come provocazione, per mostrare un artista di qualità di solito non presente nei circuiti internazionali. (...)
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Così la mostra attraversa quarant’anni di storia dell’arte, con qualche salto indietro, qualche flashback per recuperare suggestioni dal passato. Le scritte di Kosuth dialogano con quelle di Jessica Diamond; le forme organiche di Penone con quelle di Tony Cragg e Zoe Leonard; il Baco da setola di Pascali con le setole delle Pelli di maiale di Wim Delvoye. La collezione raccoglie opere di grandi dimensioni, come Bear Sculpture di Paul McCarthy o Mushroom Island di Carsten Höller, o piccoli lavori ma di grande qualità come l’autoritratto di Man Ray o quello in bianco e nero di Cindy Sherman. Ad essere privilegiate sono sempre l’intensità e l’ironia. Particolare attenzione viene data agli artisti che dalla fine degli anni Ottanta hanno rinnovato il linguaggio contemporaneo, recuperando la poetica concettuale, ma con un linguaggio colorito e ludico, conscio dei nuovi media, ben diverso da quello secco e ideologico degli artisti degli anni Sessanta. |
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Tra i primi faceva eccezione Beuys, presente in collezione con diversi oggetti-reliquia, perché nella sua opera la riflessione politica, lungi dall’esercitarsi in secche dichiarazioni di principio, assume l’intensità di una mitologia personale. Tra le opere degli anni Ottanta e Novanta emergono con forza le poetiche dell’oggetto e le “estetiche relazionali”: ecco allora, dopo Tony Cragg, arrivare gli oggetti di Haim Steinbach e Cady Noland, le sculture di John Armleder e di Bertrand Lavier, e poi ancora Liam Gillick, Félix González-Torres, Rirkrit Tiravanija e Jason Rhoades, a sottolineare l’interesse per un’arte che fa del sistema delle relazioni l’humus di cui alimentarsi. Non mancano opere dalla forza provocatoria di artisti come Serrano e Kendell Geers, o quelle che rappresentano una denuncia della società dei consumi di McCarthy, Barbara Kruger e Sylvie Fleury. C’è spazio però anche per la riflessione sul corpo sociale, sull’identità di massa, sugli stereotipi e sulla maschera condotta da Cindy Sherman e da Vanessa Beecroft. Un posto particolare, nella produzione degli anni Novanta, è riservato alla delicatezza concettuale dei giovani dell’area lombarda, da Arienti ad Airò, da Kozaris a Liliana Moro, da Vitone a Maloberti, che Leggeri ha seguito e sostenuto negli anni. E non mancano i giovanissimi, che trovano sempre in questo collezionista un amico e un supporto, spesso anche tecnico, per realizzare i loro lavori più impegnativi. Dopo Cattelan e Beecroft, di cui la collezione presenta alcuni dei primi lavori, l’interesse del collezionista ora si rivolge a giovani come Vascellari, Breviario, Fliri, Roccasalva, Trevisani, Rubbi, Anna
Galtarossa, Meris Angioletti. |
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Tra i temi che strutturano questa collezione eclettica ed eccentrica si distinguono l’interesse per la manualità – che si concretizza in una cospicua raccolta di ‘mani’ – e per il lavoro, letteralmente ‘cantato’ dalla betoniera di David Hammons. Lo sguardo del collezionista si rivolge naturalmente all’architettura: i mattoni di Andre si accostano alle fotografie di Basilico, agli edifici di Günther Förg e ai progetti di Dan Graham e Vito Acconci. Che però l’abitare sia anche un problema è testimoniato dalle riflessioni sulla migrazione di Paci e Xhafa, dagli stravolgimenti topografici fotografati da Armin Linke, nonché dai ripari per barboni di Brinkmann. È questo, d’altra parte, il cul-de-sac denunciato dall’installazione di Kirchoff. Non stupisce allora l’interesse per il lavoro di Airò e di Garutti; se il primo esplora la dimensione architettonica della fantasia, il secondo offre una riqualificazione emotiva dello spazio pubblico. In questo contesto non può mancare un’attenzione sostenuta al problema della collezione: dalla raccolta di pietre di Long si passa agli accumuli dadaisti di Hirschhorn, per arrivare alla esibizione scherzosamente erotica dell’Harem di Dal Pont. Nell’ampiezza di questa collezione le assenze riverberano con forza moltiplicata: tra le centinaia di opere un occhio attento non farà fatica a individuarle, perché di solito esse coincidono con quelle fasi storiche in cui l’arte si ripiega su stessa, come l’espressionismo e il citazionismo degli anni Ottanta. |
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Più ridotto, in questa occasione, il numero dei lavori che proviene dalla collezione di Elena Matous Radici, autrice negli anni Novanta, insieme al marito Fausto, alla cui memoria lo spazio è dedicato, di un interessante esperimento di realizzazione di opere specificamente per lo spazio della loro fabbrica. Le fotografie di Carlo Valsecchi rientrano in questo progetto, documentando lo spazio del lavoro attraverso una paletta di colori pastello tendenti alla monocromia, che dà luogo a immagini in cui si uniscono precisione documentaria e astrazione poetica.
Non manca poi la presenza di qualche lavoro dell’Accademia dei Visionari, un gruppo di amici che si incontra periodicamente per dibattere le questioni dell’arte e per scegliere opere da collezionare insieme. Se la visionarietà é sempre stata la molla delle azioni che nel tempo hanno mutato la realtà, questa potrebbe essere la chiave per interpretare l’aspirazione di ALT: un luogo che attraverso la visionarietà dell’arte vuole migliorare la vita, e dove ciascuno può entrare per trasformare le proprie visioni in realtà.
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